La Tessitrice di Storie

Nel tranquillo villaggio di Å, incastonato tra colline verdeggianti e boschi fitti, viveva Geordie, un ragazzino di undici anni con il cuore pieno di sogni e un desiderio incrollabile: diventare un cavaliere, proprio come quelli che popolavano le pagine delle storie che amava leggere.

Ogni pomeriggio, insieme alla sua inseparabile amica Lexi, correva fino al ruscello per ingaggiare duelli epici con le loro spade di legno, Ombra e Tornado, intagliate con maestria dal vecchio falegname Tom.

Ma c'era una regola che non potevano infrangere: mai oltrepassare le staccionate del villaggio. I genitori erano stati chiari. Il bosco era proibito. Nessuno, però, spiegava mai davvero il perché. Solo sguardi tesi e parole a mezza voce quando qualcuno osava chiedere.

Poi, una notte, Geordie udì qualcosa che gli gelò il sangue.

Non riusciva a dormire. Si avvolse nella coperta e sgattaiolò fuori dal letto, scendendo le scale in punta di piedi. A metà, si fermò. Dal soggiorno filtrava una luce tremolante. I suoi genitori, insieme ad altri adulti, parlavano a bassa voce.

Creature avvistate. Ombre tra gli alberi.

Il cuore gli martellò nel petto. Di cosa stavano parlando? Draghi? Streghe? Maghi dalle lunghe barbe bianche? Se fosse stato un vero cavaliere, avrebbe dovuto affrontare qualsiasi minaccia.

La mattina dopo, mentre lui e Lexi duellavano vicino al ruscello, quelle parole gli rimbombavano ancora in testa. Ad ogni fendente, il mistero del bosco si faceva più grande.

All’improvviso, bloccò un colpo e la fissò con occhi ardenti.

«Hai mai sentito storie su… strane creature nel bosco?»

Lexi abbassò la spada, accigliata. «Mio padre dice che sono solo favole per spaventare i bambini.» Poi aggiunse, più piano: «Ma mia nonna raccontava di ombre che si muovevano tra gli alberi… e di una strana creatura fuggita dalla casa di una vecchia strega che viveva nel bosco. Una volta chiesi a mia madre, ma disse che la nonna era vecchia e a volte aveva la mente un po’ annebbiata.»

Un brivido gli serpeggiò lungo la schiena.

Geordie strinse Tornado con entrambe le mani, la voce carica di eccitazione. «E se andassimo a vedere con i nostri occhi?»

Lexi lo fissò come se fosse impazzito. «Nel bosco? Sei fuori di testa! Se ci scoprono, finiamo nei guai.»

Lui sorrise sornione. «Ma se nessuno ci scopre?»

Lexi si voltò verso il limite del bosco. Il vento fece frusciare le foglie, e per un attimo le sembrò di scorgere qualcosa muoversi tra le fronde. Un brivido le percorse la schiena.

«È una pessima idea» mormorò.

Geordie incrociò le braccia, ostinato. «Le grandi avventure iniziano sempre con una pessima idea.»

Lei sbuffò, facendo dondolare la spada tra le mani. «E se la nonna avesse ragione? Se ci fosse davvero qualcosa?»

Geordie si strinse nelle spalle, con un sorrisetto spavaldo. «Allora saremo i primi a scoprirlo.»

Lexi lo scrutò con sospetto. «E se ci scoprono i nostri genitori?»

Lui esitò solo un istante, poi si illuminò. «Ecco perché ci serve un piano.»

Lexi sospirò. Lo conosceva troppo bene per pensare di fargli cambiare idea. E, in fondo, anche a lei il cuore batteva più forte al pensiero di quell’avventura.

«D’accordo,» concesse infine, incrociando le braccia. «Ma senza un piano finiremo nei guai. E non voglio passare il resto dell’estate chiusa in casa.»

Geordie annuì con convinzione. «Ci troveremo qui domani, subito dopo pranzo.»

«E con cosa ci equipaggiamo? Mica possiamo presentarci con due spade di legno e basta.»

Lui si grattò la testa, pensieroso. «Allora… torce. Sicuro ci serviranno.»

«E dove le prendiamo?»

Geordie si illuminò. «Mio zio ne tiene sempre qualcuna nel capanno dietro casa. Se non mi beccano, ne prendo una.»

Lexi annuì. «Io posso rubare del pane e qualche mela dalla cucina.»

Geordie si schioccò le dita. «E la corda! Mio padre ne ha una, non se ne accorgerà.»

Lexi sospirò, ma ormai era dentro fino al collo.

Si scambiarono un’ultima occhiata carica di elettricità, poi si separarono per tornare a casa.

Quella notte, sotto le coperte, Geordie fissò il soffitto, il cuore che martellava nel petto.

L’avventura stava per cominciare.

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Il giorno seguente, il sole era alto nel cielo sopra il villaggio di Å, e nei cuori di Geordie e Lexi pulsava un’emozione elettrizzante.

Dopo pranzo, con le torce nascoste sotto le tuniche, una corda legata alla cintura e le provviste ben riposte negli zaini, si ritrovarono al solito punto vicino al ruscello.

Si scambiarono un’occhiata. Era il momento.

Scavalcarono la staccionata, il cuore che batteva forte, e si addentrarono nel bosco, avanzando con passi cauti. Il silenzio era profondo, rotto solo dal fruscio delle foglie e dal cinguettio lontano degli uccelli.

Camminarono a lungo, scrutando tra i tronchi nodosi, trattenendo il respiro a ogni scricchiolio.

Ma… nulla. Assolutamente nulla.

Nessuna ombra minacciosa, nessuna creatura misteriosa, nessun segreto nascosto tra gli alberi. Solo radici contorte, funghi e l’odore pungente della terra umida.

Dopo ore di esplorazione, Geordie sbuffò, frustrato. «Tutto qui?»

Lexi incrociò le braccia, scuotendo la testa. «Aveva ragione papà, erano solo storie per spaventare i bambini.»

Delusi, decisero di tornare indietro. Il sentiero sembrava più buio ora, l’euforia iniziale sostituita da un senso di vuoto crescente.

Poi, qualcosa cambiò.

Un rumore. Un fruscio alle loro spalle.

Geordie si irrigidì, lanciando un’occhiata rapida a Lexi. Poi lo sentirono di nuovo. Un passo. Un altro. Qualcuno li stava seguendo.

Il cuore prese a martellargli nel petto.

«Chi… chi è?» domandò Lexi con voce tremante.

Nessuna risposta. Solo un’ombra indistinta tra gli alberi.

Geordie afferrò il braccio dell’amica. «Corri!»

E corsero.

Saltarono radici, scivolarono sul muschio, si infilarono tra i cespugli, i rami che graffiavano loro le braccia. Il respiro affannoso, i battiti che tambureggiavano nelle orecchie. Il bosco sembrava stringersi attorno a loro.

Poi, all’improvviso, Geordie inciampò. Trascinò con sé Lexi e rotolarono tra le foglie umide fino a fermarsi contro un tronco.

Il cuore gli batteva in gola mentre alzava lo sguardo.

E la vide.

Una vecchietta, avvolta in uno scialle di lana, li osservava con occhi curiosi. Un sorriso sdentato solcava il viso rugoso.

«Oh, poveri piccoli! Vi siete fatti male?»

Lexi ansimava, tenendo stretta la spada di legno. «Chi… chi sei?»

La donna rise piano, scuotendo la testa. «Mi chiamo Alva, cara, e sono solo una vecchia innocua che abita nel bosco.» Poi abbassò lo sguardo sulle loro mani tremanti, sulle spade di legno. «E voi due… mi sembrate dei piccoli cavalieri sperduti.»

Geordie deglutì, il petto che si alzava e si abbassava rapidamente. Il pericolo che avevano immaginato… era solo una vecchia signora?

Lexi si rialzò, lanciando un’occhiata incerta a Geordie. «Noi… stavamo solo esplorando.»

La vecchia sorrise, inclinando leggermente la testa. «Oh, lo so, lo so… Ma ditemi, bambini, i vostri genitori sanno che vi aggirate nel bosco da soli?»

Geordie tacque. La risposta era ovvia. Poi abbassò lo sguardo e notò un sottile rivolo di sangue che gli scorreva lungo il ginocchio. Forse un ramo appuntito l’aveva graffiato durante la caduta. Fece una smorfia, cercando di coprirlo con la mano, ma Alva lo aveva già notato.

«Oh, povero caro!» esclamò con un sorriso gentile. «Non puoi tornare a casa in queste condizioni, i tuoi genitori capirebbero subito che sei stato nel bosco.»

Geordie sussultò. Aveva ragione. Se sua madre avesse visto il graffio, lo avrebbe tempestato di domande e non gli avrebbe più permesso di avventurarsi con Lexi per chissà quanto tempo.

La vecchia gli accarezzò il braccio con dita nodose. «Vieni nella mia casa, è qui vicino. Ho delle erbe che guariranno quel graffio in un batter d’occhio.»

Geordie esitò. Lexi lo guardò di sottecchi, scettica, ma non disse nulla. Anche lei sapeva che era meglio non destare sospetti nei genitori.

Così la seguirono.

La casa era una piccola capanna di legno, con un tetto spiovente e un filo sottile di fumo che usciva dal camino. Era nascosta in una radura, circondata da vasi pieni di piante aromatiche e vecchie lanterne arrugginite appese ai rami più bassi degli alberi.

All’interno, l’aria era pervasa dall’odore di erbe e cera d’api. Le pareti erano coperte di scaffali stracolmi di libri, barattoli con etichette sbiadite e oggetti strani.

Alva li fece accomodare a un tavolo ingombro di pergamene e bottigliette di vetro. Prese un barattolo dallo scaffale, ne estrasse una pasta verdastra e la spalmò delicatamente sul ginocchio di Geordie.

«Ecco fatto!» disse, sorridendo. «Ora guarirà in fretta.»

Si alzò lentamente e si diresse in cucina, tornando poco dopo con una teiera piena di un infuso caldo che profumava di menta.

Mentre sorseggiavano il tè, Geordie lanciò uno sguardo furtivo a Lexi. Lei teneva la tazza tra le mani, ma il suo sguardo vagava inquieto tra gli scaffali polverosi e gli strani oggetti sparsi nella capanna.

Poi, senza rendersene conto, gli tornarono in mente le parole della nonna di Lexi:

"Una strana creatura fuggita dalla casa di una vecchia strega che viveva nel bosco…"

Abbassò lentamente la tazza. Il suo sguardo si posò su Alva.

La vecchia li osservava con un sorriso gentile, ma ora, con quella storia che gli martellava nella testa, Geordie sentì un brivido lungo la schiena.

E se fosse proprio lei la strega del bosco?

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Geordie e Lexi deglutirono all'unisono, scambiandosi un’occhiata carica di inquietudine. L’aria nella capanna sembrava essersi fatta più densa, quasi pesante, come se trattenesse qualcosa di non detto. Per un lungo istante nessuno parlò. Poi Geordie si schiarì la gola, cercando di spezzare il silenzio.

«Dobbiamo andare,» disse in fretta, posando la tazza sul tavolo con un gesto rigido.

Lexi annuì subito, troppo rapidamente. «Sì… i nostri genitori ci staranno cercando.»

Alva li osservò con il suo sguardo indecifrabile, lasciando che il silenzio si allungasse ancora un momento. Poi sorrise, un’espressione calma, quasi divertita. «Ma certo, piccoli miei, è tardi. Andate pure.» Fece una pausa, inclinando leggermente la testa. «Ma tornate a trovarmi, sì? Chissà, magari la prossima volta avrò risposte migliori per le vostre domande.»

I due annuirono in fretta e si affrettarono verso la porta. Appena fuori, sentirono l’aria fresca del bosco avvolgerli e tirarono un respiro profondo. Camminarono a passo svelto, senza voltarsi indietro, e solo quando furono abbastanza lontani si scambiarono un’occhiata inquieta.

«Hai sentito come è cambiata quando abbiamo parlato della creatura?» bisbigliò Lexi.

Geordie annuì. «Sì. E poi quella risata… sembrava quasi…»

«Una strega,» concluse Lexi sottovoce.

Non dissero altro per tutto il tragitto. Arrivati al villaggio, si separarono con un rapido cenno del capo, ma entrambi sapevano che non era finita lì.

Tre giorni dopo.

Si ritrovarono di nuovo vicino al ruscello. Questa volta non c’era l’euforia della prima esplorazione, ma una strana determinazione.

«Se è davvero una strega, dobbiamo scoprirlo,» disse Geordie.

Lexi annuì. «E soprattutto, voglio sapere la verità su quella creatura.»

Senza altre parole, si addentrarono di nuovo nel bosco. Ma stavolta, qualcosa era diverso. Non era solo il silenzio attorno a loro. L’aria sembrava più densa, come se il bosco sapesse che stavano tornando.

Quando raggiunsero la radura, la capanna era lì, uguale a prima. Ma le lanterne appese ai rami brillavano già, come se Alva li stesse aspettando.

Fecero un respiro profondo e bussarono alla porta.

«Sapevo che sareste tornati.»

Alva li accolse con un sorriso gentile, proprio come l’ultima volta. La stanza era avvolta da un tepore accogliente, e il profumo di erbe bollite nell’acqua aleggiava nell’aria.

«Accomodatevi,» disse, indicando le sedie vicino al camino.

Geordie e Lexi si sedettero, osservando la vecchia donna con attenzione mentre preparava il tè. Questa volta, però, i loro occhi furono attratti da qualcosa di diverso. Sul tavolo, coperto da un telo scuro, c’era un oggetto dalla forma strana, massiccia. Non riuscivano a capire cosa fosse, ma la sua presenza li inquietava.

Alva versò il tè nelle tazze e li osservò con aria divertita. «Immagino che abbiate ancora molte domande.»

Lexi annuì, stringendo la tazza tra le mani. «Sì. Vogliamo sapere la verità sulle leggende del bosco.»

Geordie si sporse in avanti. «Perché tutti hanno così paura di questo posto, se sono solo storie inventate?»

Per un istante, il sorriso di Alva si affievolì. Posò la sua tazza sul tavolo, guardandoli con occhi profondi, come se li vedesse davvero per la prima volta.

«Le storie,» disse piano, «hanno un potere che pochi comprendono.»

Con un gesto lento e misurato, allungò la mano e afferrò il telo scuro che copriva l’oggetto sul tavolo. Lo tirò via con un movimento deciso.

Sotto di esso, c’era una vecchia macchina da scrivere.

Geordie e Lexi si scambiarono uno sguardo confuso.

«Una macchina da scrivere?» chiese Lexi. «Cosa c’entra con le storie del bosco?»

Alva non rispose subito. Invece, chiuse gli occhi per un momento e, davanti ai loro occhi increduli, il suo corpo iniziò a cambiare. Le rughe scomparvero, la pelle divenne liscia, i capelli d’argento si trasformarono in una cascata di ciocche rosso fuoco. Quando riaprì gli occhi, davanti a loro c’era una giovane donna, con lo stesso sguardo intenso di prima, ma più vivido, più brillante.

Geordie sbiancò. Lexi si coprì la bocca con una mano.

«Mi dispiace,» sussurrò la donna con voce malinconica. «Non volevo che finisse così.»

«Che cosa intendi?» chiese Geordie, il cuore che batteva forte nel petto.

Lei abbassò lo sguardo sulla macchina da scrivere. «Volevo solo far vivere una storia a due bambini, vi assomigliavano molto sapete» disse piano. «Ma qualcosa è andato storto.»

Lexi deglutì. «La creatura…»

La donna annuì lentamente. «È uscita dalla storia.»

Un silenzio teso riempì la stanza.

«Questa macchina da scrivere non è un oggetto comune,» continuò la donna. «È un artefatto antico, capace di trasformare le parole in realtà. Qualunque cosa venga scritta su di essa prende vita e il mondo attorno si trasforma nella storia stessa. Solo quando lo scrittore mette il punto finale, tutto ritorna alla normalità.»

Geordie sentì un brivido corrergli lungo la schiena. «Ma la creatura non ha seguito questa regola.»

«No,» sussurrò Alva. «È sfuggita al controllo della storia e ha continuato a esistere nel nostro mondo. Per anni ha terrorizzato il bosco.»

«Ed ora dove è?» chiese con un sussurro Geordie.

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Alva abbassò lo sguardo sulla macchina da scrivere, le dita di nuovo giovani che sfioravano i tasti consunti.

"Non lo so." ammise con voce appena udibile. "Per molto tempo ho cercato di riportarla indietro, di riscrivere la storia per cancellarne l'esistenza, ma non ha funzionato. La creatura si è slegata dalla mia volontà e da quella della macchina. Ora vaga nel bosco, tra le ombre, terrorizzando chi vi si avventura."

"Quindi è ancora qui... e tu sei tornata giovane," replicò il piccolo.

"Già, tu sei tornata giovane." sentenziò Lexi. "Avevi cambiato aspetto per via di ciò che successe?"

Alva annuì lentamente. "Sì, cara. Dopo che la creatura mi sfuggì di mano, non fui più la benvenuta al villaggio," disse, la voce intrisa di amarezza. "Col tempo, iniziarono ad accusarmi di ogni disgrazia. Se moriva un raccolto, se si ammalava un bambino... era colpa mia. Alla fine, mi fu impossibile persino comprare una pagnotta di pane senza sentirmi addosso occhi carichi di paura e odio."

Per un momento, nessuno parlò.

Poi Alva, fissandoli con attenzione, chiese: "Volete provare?"

Lexi annuì senza esitazione. "Sì! Facci vedere come funziona."

Un lieve sorriso increspò le labbra della donna. "Ogni storia inizia con una scelta." disse, infilando con cura un foglio nello scomparto girevole della macchina e facendolo scorrere con un colpo deciso.

I tasti sembrarono fremere sotto le sue dita.

E qualcosa, nell'aria, cambiò.

Si ritrovarono nel bianco, esattamente nel bianco. La stanza intorno a loro era svanita e con essa ogni altra cosa.

"Quale scenario desiderate per la vostra storia?" Una voce rimbombava nel bianco.

"Mi piacerebbe vivere un'avventura da vero cavaliere!" esclamò Geordie con entusiasmo.

Accanto a lui, Lexi rimase immobile, il respiro appena percettibile, le mani strette lungo i fianchi. Non sembrava affatto certa di voler continuare quell'esperienza.

"Un'avventura da cavaliere sia!" gorgogliò la voce, vibrando nell'aria come un'eco lontano.

Un suono ritmato iniziò a diffondersi attorno a loro: ticchettii di tasti che si rincorrevano nel silenzio, come dita invisibili che battevano su una macchina da scrivere.

Poi, qualcosa cambiò.

Sotto i loro piedi il nulla si trasformò: ciuffi d'erba iniziarono a spuntare dal bianco, morbidi e reali, piegandosi dolcemente al soffio di un vento appena nato. L'aria si fece più densa, intrisa del profumo della terra umida e della resina. Sopra le loro teste, il bianco si frantumò in un azzurro limpido e senza fine, screziato da leggere nuvole vagabonde.

Si trovavano ancora nel bosco che conoscevano, quello dove sorgeva la casa di Alva.

Eppure, qualcosa era cambiato.

Al posto della modesta abitazione, ora svettava un imponente castello color avorio, con torrioni scuri e robuste mura di cinta che si stagliavano contro il cielo. L'aria sembrava più densa, quasi carica di attesa.

"Eccoci qui." La voce riecheggiò attorno a loro, con una nota di divertito mistero. "Che ne dici, caro? Se all'interno di quel castello ci fosse una principessa in pericolo, sarebbe abbastanza avventuroso per un cavaliere?"

Prima che Geordie potesse rispondere, un urlo squarciò il silenzio, rimbalzando tra gli alberi come un'eco spettrale.

Un odore acre di bruciato si fece largo nell'aria.

Il castello stava bruciando.